Non capita spesso di essere chiamati a recensire il romanzo d’esordio di un’ex alunna del Liceo Mariano Buratti . A me personalmente è la prima volta che capita. Se poi questo romanzo, pubblicato per i tipi di Accento edizioni, è pure proposto al Premio Strega, la cosa diventa oltremodo complessa. Ho visto Ilaria destreggiarsi nella “giungla” della sua classe e del Liceo Buratti per ben cinque anni. Ho letto i suoi primi testi letterari, corretto le sue prime “versioni” di greco, l’ho accompagnata fino alle soglie della Maturità e ho assistito al suo brillante colloquio d’esame.
Ebbene in questo romanzo c’è tutta Ilaria, certamente, ma c’è di più.
C’è il suo modo di scrivere originale e inconfondibile, che contamina Daniele Mencarelli con Zerocalcare e che a me ricorda le più belle pagine del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi; ci sono i suoi occhi vigili e attenti a ogni singolo dettaglio della realtà, c’è la sua inguaribile ironia “sacrante” e dissacrante; c’è la sua smisurata e incredibile capacità di cogliere e valorizzare l’umano in ogni singola piega della realtà.

Il romanzo è il racconto polifonico dei tre mesi che la protagonista, Ilaria, detta Ileria, trascorre come cameriera all’Oasi, bar-ristorante al Lido di Ostia. E’ l’estate della Maturità e Ileria non ha ancora deciso cosa fare da grande. All’Oasi conosce una variegata e poliedrica fauna umana che va da Syed, il barista burbero ma sempre pronto a “chiuderti” le ferite, a Davide, figlio tredicenne del capo che passa le giornate all’Oasi alternando Clash of Clans con lunghe e minuziose ricerche sugli animali. Sono quelle di Ilaria e di Davide le voci principali della narrazione, con un’alternanza di stili evidente nel romanzo. Attraverso i loro occhi si spiega quella variegata e pittoresca “giungla” dell’Oasi in cui la commedia si mescola spesso con il dramma vero. Ilaria sa raccontare con la stessa intensità la più comica delle situazioni lavorative e la più seria delle questioni personali: dai minorenni spavaldi che provano a estorcerle dell’alcool fingendosi “grandi” a una mamma tremendamente preoccupata per la figlia alle prese con un disturbo alimentare. La lingua è costretta a districarsi mimeticamente tra le pieghe della realtà rappresentata, con un misto di italiano e romano contaminati con le lingue-madri dei colleghi di Ilaria, per lo più stranieri: “Ileria, ma iccheccazzo… – ma sei istupida?”le grida Syed al primo giorno di lavoro, per poi chiederle, pochi minuti dopo, iscusa. Non è raro – tutt’altro – ridere a crepapelle e commuoversi a distanza di poche righe.
In fondo il romanzo di Ilaria è proprio come la bellezza: ti fa sorridere e ti ferisce al tempo stesso. Lettura consigliatissima a chi voglia ritrovare, in tempi di cupa disumanità, il contatto con le piccole cose in cui si schiudono momenti di rara bellezza e imprevedibile umanità.
Fabio Lanotte